1) Un problema politico: cambiano più gli osservatori degli osservati
Nell’osservare la realtà
giovanile e, soprattutto, nell’ascoltare i numerosi commenti degli adulti, non possono non venire
in mente gli scritti di K. Lewin (1) sulle interazioni fra ricercatori e\o
osservatori e gli oggetti della ricerca e\o gli osservati.
Alcuni anni fa, nel 2003, è uscito un singolare film: Kitchen Stories, dello svedese di Bent Hamer, che racconta di
una ricerca realmente avvenuta e commissionata da un’azienda di
elettrodomestici per osservare i comportamenti e gli spostamenti nelle
cucine; naturalmente gli osservatori, che dovevano essere muti e totalmente
ascetici, iniziano, trasgredendo le
regole, ad interagire con gli osservati e ben presto la loro vita cambia
radicalmente.
Sentiamo spesso dire che i
giovani sono cambiati, che non è più come una volta, che gli adolescenti sono
irriconoscibili rispetto ai vecchi tempi. Prestano meno attenzione, non sono in
grado di concentrarsi, sono prepotenti, non riconoscono più l’autorità. In più,
dicono gli insegnanti, sono spalleggiati spesso, in questi comportamenti
aggressivi, dai genitori stessi.
Ebbene, sperimentalmente, ho provato in più
occasioni a soffermarmi su questo ragionamento con insegnanti, genitori, educatori;
ho provato a portare più in profondità questo discorso cercando col mio
interlocutore di andare oltre gli stereotipi e i luoghi comuni; dopo qualche
decina di minuti in ogni interlocutore emerge un malessere soggettivo, un
disagio vero e proprio, una insoddisfazione generale. L’insegnante, o l’
educatore, racconta come all’inizio della sua carriera si preparava le lezioni,
andava in aula con una certa apprensione, era più attento a come reagivano i
ragazzi; oggi invece si presenta in aula sapendo già che tipo di lezione deve
fare, è intimamente convinto di sapere già cosa dire, è più sicuro delle
proprie competenze e non riesce a capire l’irrequietezza e la disattenzione che
c’è in aula. Si sente stanco e demotivato e fa ricadere questo malessere sui
ragazzi, in realtà non si accorge che sta investendo meno nel suo lavoro, non
c’è energia nei suoi comportamenti, si porta in aula una stanchezza di vivere e
la proietta sui ragazzi.
Anche i genitori esprimono
considerazioni simili, all’inizio col figlio piccolo o col primo figlio vi
erano una serie di attenzioni e di tensioni intrapsichiche, successivamente,
soprattutto quando il figlio diventa adolescente, pensano ormai di conoscere il
loro mestiere e si aspettano risposte stereotipate che ovviamente non arrivano.
In sostanza ci si dimentica che la natura dei rapporti, dei legami, delle
relazioni educative sta nel fatto che ci si mette in gioco; chiunque è
credibile agli occhi di un altro se si mette in gioco egli stesso, se accetta
di cambiare insieme al suo interlocutore; se manca questa energia o questa
tensione, l’altro – chiunque esso sia – si pone inevitabilmente distante dal
proprio interlocutore.
Se si parte da questa premessa, azzerando
un po’ i vari preconcetti che circolano, allora si può andare a vedere, da un
punto di vista sociologico, cos’è cambiato nel mondo delle nuove generazioni: i
cambiamenti reali non sono molti, forse uno solo, ma che tuttavia ha ricadute
complesse e significative.
Contrariamente ad alcune
generazioni fa oggi i figli sono diventati “scarsi”, pochi, sono diventati una
merce preziosa; ciò ha comportato un progressivo ma radicale cambiamento da
parte degli adulti verso i bambini e i giovani. In particolare sta emergendo da
parte dei genitori una concezione nuova del figlio che influenza
inevitabilmente tutti gli attori sociali: oggi il figlio è prima di tutto un
bene da custodire, non è più un soggetto, ma un oggetto raro e prezioso,
pertanto la nostra motivazione principale diventa la salvaguardia, la prevenzione, il proteggerlo in modo “anticipatorio”
da ogni pericolo; ciò provoca molta ansia, una premura eccessiva, un
protezionismo esagerato che diventa invadenza, interventismo. Ovviamente le
nostre ansie vengono proiettate nell’altro,quindi tutto ciò viene scaricato sui
figli e ha come conseguenza una certa deresponsabilizzazione, un aumento di
irrequietezza, una interiorizzazione dell’insicurezza; e tutti noi sappiamo che
ad una insicurezza interiore corrisponde sempre una aggressività esteriore nei
comportamenti, e questo è il principale problema che gli adulti lamentano.
Altra conseguenza è il senso di
“immunità” che viene interiorizzato dai ragazzi; questo eccesso di protezione
da parte dei genitori ha un effetto svalutativo verso tutte le altre figure
adulte a cominciare dagli insegnanti e dagli educatori; per fare un esempio,
forse un po’ banale, ma che aiuta a capire, è come se i ragazzi avendo già un
super-protettore, non abbiano più bisogno di altri e quindi siano portati a
svalutare tutte le altre figure adulte che stanno attorno a loro.
Non solo, queste eccessive invasioni di campo,
creano il bisogno di aumentare la soglia di trasgressione, di avere momenti di
“sballo”, di riprendersi degli spazi per affermare la propria autonomia e la
propria identità.
Per concludere questo
ragionamento possiamo affermare che le tensioni che i giovani vivono sono molto
simili a quelle di tutti i tempi, ciò che è cambiato è fondamentalmente
l’atteggiamento degli adulti e il loro modo di rapportarsi ai giovani e ciò, da
un punto di vista di psicologia dinamica, spiega molto bene questi nuovi
comportamenti adolescenziali, che spesso fanno notizia, anche nei mass media, e
paradossalmente rinforzano alcune immagini stereotipate che gli adulti hanno
dei giovani inducendoli quindi in un circolo vizioso ad aumentare i loro
comportamenti ansiogeni.
2) Un problema sociale: i continenti più aridi sono quelli che non hanno vulcani
Credo che queste annotazioni siano
piuttosto chiare per i nostri lettori e
si potrebbero articolare in vari modi, ma vi è una letteratura divulgativa in
merito già piuttosto diffusa.
Vorrei quindi portare la
riflessione su un aspetto meno evidente, ma strategicamente più rilevante da
vari punti di vista: sociale, pedagogico, istituzionale.
Fino ad ora ci siamo soffermati
su ciò che si vede, su ciò che appare; la letteratura taoista e quella sviluppata dai monaci zen, ci
insegnano che quando illuminiamo una cosa, automaticamente ne nascondiamo un’altra,
un concetto molto vicino alla scoperta del subconscio da parte di Freud e alle
sue svariate applicazioni, ma solo apparentemente simile.
Nel suo ultimo libro “Collasso. Come le società scelgono di
morire o vivere”, (2) J. Diamond sviluppa
una serie di ragionamenti molto interessanti sulla sopravvivenza e sulla
estinzione di alcune società.
Fra i fattori che prende in
considerazione ovviamente vi è la fertilità della terra e si scopre che la
principale variabile è la presenza dei vulcani; la lava trasformata in polvere
dalle erosioni diventa un elemento di grande fertilità per la terra in quanto
contiene sali minerali indispensabili per la vegetazione.
Per questa ragione il paese più a
rischio è l’Australia dove praticamente sono assenti i vulcani e la vegetazione
cresce molto lentamente. Inoltre l’avere importato alcune specie animali come
il coniglio- e di conseguenza le volpi – oppure capre, pecore e mucche, che
richiedono molta erba per la loro alimentazione, produce nel lungo periodo danni incalcolabili.
Mentre leggevo queste pagine, con
gli occhiali da pedagogista quale sono, pensavo se questa metafora potesse
essermi utile a proposito di socializzazione e disagio giovanile.
Quando un genitore può fidarsi
dei propri figli e riconoscere realmente la loro autonomia?
Quando un educatore esaurisce la
sua funzione rispetto all’utente?
Quando un insegnate ha portato a
termine la sua funzione educativa?
In sostanza cosa dobbiamo
trasferire a chi deve crescere perché non abbia più bisogno di noi?
Io credo che il tasso educativo
presente in una comunità sia dato dalla capacità dei suoi membri di negoziare.
Le società più aride rispetto ai
giovani sono quelle che non hanno una negoziazione diffusa.
Lo spirito negoziale è alla base
della nostra crescita e della nostra formazione.
Quando un giovane è prossimo alla
maturità? Quando sa negoziare fra le proprie risorse interne e le opportunità
esterne .
Quando un legame, una relazione è
sufficientemente in equilibrio per percepire serenamente il futuro di questo
rapporto? Quando fra due persone vige un sano rapporto negoziale, che
significa sapere accettare le diversità, i cambiamenti e le nuove sfide che la
vita ci pone di fronte.
Questi figli percepiti come rari
e come una merce sempre più preziosa ci hanno posizionato in un rapporto
ansiogeno dove sta sparendo la modalità negoziale. Non insegniamo più ai
giovani a negoziare, a vedere le cose da più punti di vista; siamo scivolati
verso un nuovo modello autoritario, imbellettato da cure oblative, da premure
anticipatorie, trattiamo i giovani come inetti, come eternamente bambini e ci
siamo dimenticati della lezione di J. Dewey (3) che si apprende tramite esperienza. E’
dall’esperienza che si impara a negoziare, ma abbiamo ridotto gli spazi e le
modalità negoziali.
Quando insegniamo un concetto,
insegniamo a fare un
pas
so in
avanti, quando insegniamo un metodo, come ad es. a negoziare, insegniamo a
camminare.
3) Un problema educativo: il grande equivoco amicizia e gruppo
Dalla scarsa capacità negoziale deriva
un altro problema: la confusione fra amicizie e gruppi o, se vogliamo, fra
spontaneità e consapevolezza.
Gli adolescenti investono gran
parte del loro potenziale energetico in tre direzioni: amici, innamorati e
gruppi; ciascuno di questi ambiti di socialità richiede ovviamente un modello
comunicativo adeguato. Il prof. E. Spaltro (4) ci insegna che i livelli di
socialità sono fondamentalmente cinque: la coppia o il duale (amici,
innamorati, famiglia), il piccolo gruppo o il plurale (classe scolastica,
squadra, associazione, colleghi di lavoro), il macro (istituzioni,
organizzazioni), il mega (le grandi appartenenze, le religioni, le bandiere, il
Nord e il Sud ) e, da ultimo il virtuale (internet, il web). Ciascuno di questi
livelli di socialità richiede abilità sociali e comunicative differenziate.
Prendiamo in esame in questa sede
solo i primi due livelli che attengono all’esperienza di tutti gli adolescenti: la coppia e il gruppo.
Nella definizione che noi diamo,
il gruppo è “un insieme di persone il cui modo di stare insieme tende a fare
emergere le risorse individuali e di gruppo”(5).
Ciò
significa che il gruppo è caratterizzato da un modo di stare insieme, dalla
comunicazione che viene usata, da come si sviluppano le relazioni e cioè dal cercare
di individuare e capire i punti di forza e i punti di debolezza dell’altro; e
questo richiede un minimo di consapevolezza.
Si può fare gruppo in vari contesti; ma il
gruppo è definito proprio da come le persone stanno insieme, cioè da come
comunicano fra di loro; se la loro comunicazione tende a fare affiorare i pregi
e i difetti di ciascuno – per essere conosciuti ed accettati e quindi per
riuscire a sviluppare una leadership diffusa – allora questo insieme di persone
è potenzialmente un gruppo.
Se invece prevalgono stereotipi, pregiudizi,
se vengono sottolineati solo i difetti o i punti di debolezza per competere o
addirittura per sottomettere gli altri, questo non è un gruppo ma –
tendenzialmente - un branco, una banda o gruppo regressivo. (6)
Lo scopo per cui il gruppo ha una funzione
strategica è il benessere; stare bene in un gruppo significa stare meglio anche
con se stessi. Se stiamo bene siamo in grado anche di impegnarci meglio; un
insieme di persone che diventa un buon gruppo produce di più anche dal punto di
vista del rendimento scolastico o lavorativo.
Ciò
che va chiarito è che il gruppo è sempre di transizione, il gruppo non lo si
sceglie, nel gruppo ci si trova, e prima o poi finisce, il gruppo non è per
sempre.
Il grande equivoco è la differenza fra un
gruppo e gli amici. Gli amici li scegliamo noi, i membri del gruppo, no. La compagnia riproduce lo schema comunicativo
della coppia basato sulle somiglianze, le identità, la
vicinanza\sovrapposizione simbiotica, un’amicizia – come l’amore – è tendenzialmente
per sempre e tende a stabilire alcune opinioni oggettive e condivise;
l’amicizia e l’amore sono spontanei almeno nel loro stadio nascente .
Il gruppo invece usa la diversità come
risorsa, la differenza per crescere e capire, la soggettività e la diversità
delle opinioni; gli altri appartenenti al gruppo non sono scelti da noi.
Quando un gruppo comincia a stare bene
insieme la tentazione equivoca (e per certi versi pericolosa) è di trasformare
questi legami positivi in amicizia (si comincia a dire: vediamoci anche fuori, andiamo a
mangiare una pizza tutti i mesi, telefoniamoci spesso etc.).
In sostanza – e senza esserne consapevoli
- si regredisce alla mentalità di
coppia.
Il gruppo pertanto richiede consapevolezza,
mentre l’amicizia spontaneità.
I genitori, gli insegnanti ed in genere gli
adulti troppo spesso si lasciano andare ad esaltazioni acritiche della
spontaneità, tendono a non marcare sufficientemente questa differenza fra
spontaneità e consapevolezza, fra amicizia e gruppo.
4) Una riflessione conclusiva problematica
In conclusione questi tre aspetti
che abbiamo analizzato (osservatore/osservato; il tasso di negoziazione; il
senso della gruppalità) non solo risultano fortemente intrecciati fra di loro,
ma rinviano tutti non tanto a grandi
cambiamenti nei giovani d’oggi, ma ad un venire meno della funzione educativa
degli adulti e della comunità.
L’impressione è che vi sia una
sorta di neo-autoritarismo da parte degli adulti e l’insofferenza che si nota
nelle nuove generazioni sembra più frutto della proiezione ansiogena degli adulti
verso le nuove generazioni e dello scarso spirito negoziale con cui vengono plasmate
le istituzioni educative. La crescente insicurezza interiore che ne deriva da
parte dei ragazzi, sviluppa comportamenti aggressivi e poco responsabili. La
socialità che viene lasciata ai ragazzi si riduce a discoteche dove si beve e
si sniffa, ma dove sono finite le scoperte, la curiosità, l’avventura, il gioco?
Non a caso Lewin diceva che il
piccolo gruppo è il più forte antidoto alle tentazioni autoritarie della
democrazia.
Note
1) K. Lewin, La teoria, la ricerca, l’intervento, ed. Il Mulino, BO. (K. Lewin nasce in
Germania nel 1890 e muore in USA nel 1947, scopre
la “Teoria
del Campo” e
inventa il T-Group e il metodo della Ricerca/Azione)
2) J. M. Diamond, Collasso, ed. Einaudi, TO. 2005, (1937 –
vivente, biologo evoluzionista, fisiologo, biogeografo statunitense, ha scritto
diversi saggi di grande interesse fra cui: L'Evoluzione della Sessualità Umana,1998; Il terzo
scimpanzé - Ascesa e caduta del primate Homo sapiens, 2001; Armi, acciaio e malattie, 2002 .
3) J. Dewey (Burlington, 20 ottobre 1859 – New York, 1 giugno 1952) è stato un filosofo e pedagogista statunitense, considerato il fondatore
dell’attivismo pedagogico .
4) E. Spaltro, psicologo del
lavoro, porta in Italia dall’America la problematica dei gruppi; fondatore
della psicologia del benessere, ha al suo attivo numerosissimi libri fra
cui Il gruppo, ed. Pendragon,
BO., 1999; Pluralità, ed. Patron,
BO. 1999 ; Complessità, ed.
Patron, BO. 1990; Conduttori, ed. F. Angeli, MI. 2005.
5) Si fa riferimento
all’esperienza dei LARA, laboratori sulle dinamiche di gruppo proposti alle
scuole superiori, portata avanti da oltre dieci anni dalla Fondazione
Adolescere di Voghera e dalla Provincia
di Pavia (www.adolescere.org ) .
6) W.R. Bion, Esperienze nei
gruppi, ed. Armando Roma, 1983 (1961); Bion lo chiama il “gruppo arcaico” caratterizzato da accoppiamento, dipendenza,
attacco e fuga. ( N.
1897
a
Mathura, India M. 1979 Oxford )
Rivista Nuntium numero speciale su: Pianeta giovani: la
realtà, le attese.
L’autore
Flavio Montanari,
pedagogista, si è occupato da sempre di problemi giovanili per circa venti anni
come amministratore pubblico e successivamente come consulente e formatore,
negli ultimi anni si è impegnato a promuovere i LARA e le scuole per conduttori
di gruppo.
(homepage: www.flaviomontanari.it; indirizzo e-mail: montanari@adolescere.it ).
Conduce laboratori
e seminari alla Facoltà di Scienze della Formazione a Bologna e a Lettere e
Filosofia a Foggia, è responsabile della formazione della Fondazione
Adolescere di Voghera, ha scritto numerosi saggi e alcuni libri fra cui F.
Frabboni, F. Montanari “LARA: nuove
abilità relazionali nell’avventura scolastica”, F. Angeli, Mi, 2002
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