ARTICOLI
Verso un nuovo paradigma: il gruppo come struttura di comunicazione
di Flavio Montanari

a1.  Una definizione di gruppo
2. La sottile linea di demarcazione
3. I cinque livelli di socialità
4. Dalla coppia al gruppo
5. La comunicazione plurale o di gruppo
6. Filogenesi e ontogenesi
7. Siepi, barriere coralline e gruppi
Note bibliografiche
Una post riflessione

1.  UNA DEFINIZIONE DI GRUPPO

bNella ricerca scientifica il problema delle nuove definizioni rimane sempre una incognita almeno finché la comunità scientifica non le ha accettate. 1
 Nella storia del LARA, 2 cioè a partire dagli inizi degli anni ’90 il problema si pone fin da subito ma è ancora in via di soluzione . I laboratori LARA propongono una nuova definizione di gruppo : il gruppo è una struttura di comunicazione, il gruppo tende a fare emergere le risorse individuali e di gruppo, cioè il gruppo è attento a riconoscere i punti di forza e i punti di debolezza di ciascuno.
Le implicazioni pratiche e teoriche di questa definizione, apparentemente semplice, sono molteplici e per certi versi ancora da sistematizzare. 3
La prima questione è cosa si intende per struttura :  categorie e connessioni che precedono  un evento, in questo caso il gruppo. Ciò significa che il gruppo, senza una struttura logica-razionale che lo precede, non è nulla oppure è qualcosa di indefinito e troppo generico cioè un insieme o aggregato di persone.
Nella letteratura sui gruppi vengono fornite diverse definizioni, molte delle quali sono assolutamente vaghe, ad esempio spesso si dice che il gruppo è un insieme di persone che si relazionano fra di loro. Per la Pragmatica della comunicazione umana (1971) 4 relazione e comunicazione sono, in modo esplicito,  assolutamente sinonimi in quanto il primo assioma della comunicazione è “Non si può non comunicare” intendendo per comunicazione  non solo quella verbale (che in genere veicola solo il 20% delle informazioni), ma anche quella degli occhi, che ne veicola il 50% e quella del corpo che ne trasmette e ne riceve il 30%.
Possiamo quindi immaginare che un insieme di persone che si rapportano fra di loro fino ad un certo punto sono semplicemente un aggregato di persone e da un certo punto in avanti invece possono diventare o essere gruppo .
Facciamo un esempio. E’ capitato certamente a ciascuno di noi di aprire casualmente una porta e abbiamo osservato i presenti  per alcuni istanti per verificare se era la stanza in cui dovevamo entrare; in questa breve sosta abbiamo scrutato i presenti e ci siamo fatti una opinione se quell’insieme di persone era un gruppo oppure no; questa sottile percezione, che peraltro è quasi infallibile, è data sicuramente da un’infinità di informazioni che abbiamo raccolto, ma ciò che ci fa esprimere la nostra opinione deriva da come quelle persone comunicano fra di loro, dai loro occhi, dalle loro posture, da come si parlano e da come si ascoltano.

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2. LA SOTTILE LINEA DI DEMARCAZIONE

cQuesto significa che noi quasi istintivamente percepiamo una linea di confine fra un gruppo e un non-gruppo, questa linea di confine è data dalla comunicazione che scorre.
Nella nostra definizione cioè che circoscrive il gruppo, non è tanto la comunicazione in quanto tale (infatti se non si può non comunicare, paradossalmente si comunica sia all’interno di una folla silenziosa sia quando si è da soli) ma il tipo di comunicazione che viene usata.
Per essere gruppo occorre farsi conoscere tramite i propri punti di forza e di debolezza ed è necessario avere una sorta di occhiali per vedere (conoscere, osservare, comunicare, etc.) gli altri tramite i punti di forza e i punti di debolezza. Cioè non è casuale il modo di interagire con gli altri.
All’apparenza sembra un distinzione sottile e forse un po’ banale, ma vedremo che non è così.
La nostra comunicazione può essere di tre tipi: la prima – quella che utilizziamo spesso – è una comunicazione “spontanea”, automatica, viene cioè generata dagli insiemi di condizionamenti che ci portiamo addosso; c’è un secondo tipo di comunicazione che invece è consapevole, viene cioè generata da un “sostare” sulle informazioni che ci arrivano, da un minimo di  rielaborazione  dei significati che le informazioni sottendono.
Questa seconda comunicazione in realtà è a strati secondo la consapevolezza che utilizziamo, se è intermedia possiamo catalogarla nel secondo tipo, se invece è molto profonda possiamo classificarla nel terzo tipo che poi analizzeremo (vedi fig. 1).
Il primo tipo di comunicazione veicola su degli schemi che abbiamo interiorizzato, che possiamo chiamare schematicamente di simpatia e antipatia. Naturalmente fra la simpatia e l’antipatia vi è uno spettro molto vasto di sentimenti che proviamo. Queste sensazioni sono automatiche, ma non innate; in realtà ciascuno di noi si è creato, nei primi tre anni di vita, delle specie di “scatoline” interne, una sorta di contenitori attraverso cui associamo le sensazioni gradevoli o sgradevoli; è la prima mappa che l’individuo disegna nella propria mente e sembra essere talmente importante e faticosa che, per non dovere rifare questo sforzo enorme, la memoria dei primi tre anni di vita viene cancellata. Naturalmente nel corso degli anni successivi l’individuo modella, plasma, conforma queste scatoline, ma di fatto non le può più sostituire. Questa nostra conformazione che l’evoluzione ci ha consegnato, è di grande utilità pratica; è come se fossimo dotati di un radar che ci segnala in modo automatico le persone di cui ci possiamo fidare e quelle di cui invece dobbiamo diffidare e quindi attrezzarci in tempo agli eventi che possono accadere. Pertanto i sentimenti di simpatia e antipatia che proviamo sono quasi meccanici, non possiamo non provarli e dirigiamo in modo automatico la nostra comunicazione. 5 Anche in questo caso va rilevato che la comunicazione di cui parliamo è composta di un 50% fornito dagli occhi, di un 30% dal corpo e di un 20% dalle parole; non solo vi è una successione temporale ben precisa attraverso cui questa comunicazione si articola, prima gli occhi, poi il corpo e infine le parole; questo spiega molte cose su cui si riflette poco, i feedback infatti partono automaticamente almeno quelli degli occhi e del corpo (molto meno quelli delle parole); può capitare  quindi che una persona a cui rivolgiamo parole gentili abbia una sensazione sgradevole, ovviamente i suoi occhi hanneo percepito un messaggio dal significato diverso rispetto alle parole che abbiamo utilizzato.
Per analizzare il secondo e il terzo tipo di comunicazione occorre fare un altro passaggio teorico, per ora soffermiamoci sulla figura n.1 che possiamo leggere in questo modo :

  1. comunicazione A : arriva un’informazione e noi rispondiamo in modo automatico, è quella che utilizziamo più spesso con le persone che incontriamo in modo casuale;
  2. comunicazione B : l’informazione che arriva la facciamo entrare nella nostra sfera delle cose a cui teniamo, sostiamo un attimo su questa informazione e rispondiamo con un po’ di consapevolezza, è quella che utilizziamo con le persone a cui teniamo un po’;
  3. comunicazione C : è un’informazione a cui teniamo molto, la soppesiamo con tutta la nostra consapevolezza e rispondiamo con la massima cautela, è quella che utilizziamo  con le persone che riteniamo amiche o intime.

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3. I CINQUE LIVELLI DI SOCIALITA’

fPrima di analizzare i livelli di comunicazione B e C è necessario soffermarci su un altro passaggio teorico, di cui siamo debitori al prof. Spaltro, 6 che possiamo chiamare i livelli di socialità.
Si tratta di capire che vi sono cinque livelli di socialità: 1°. duale, coppia; 2°.  micro, piccolo gruppo; 3°. macro, istituzione; 4°. mega, comunità, bandiere; 5°. virtuale; ciascuno di questi livelli richiede competenze comunicative e relazionali adeguate.
Un tempo si pensava solo all’individuo ed al suo rapporto con la società. Poi si cominciò a parlare di soggetto e si fece sempre più distinzione tra soggetto ed individuo. Esisteva cioè il soggetto individuale ed il soggetto sociale. Ciò voleva dire che anche la società era un prodotto del soggetto. Come conseguenza di questa visione soggettiva si è poi distinta la dimensione sociale in livelli di funzionamento sociale successivi.

Prima si sviluppa la relazione di coppia, poi di piccolo gruppo (micro) poi di grande gruppo collettivo, organizzazione o istituzione (macro), poi ancora di comunità, cioè di collettivo non delimitato (mega) e più recentemente di collettività virtuale consistente in una rete di relazioni informatiche (virtuale). Lo sviluppo sociale dei soggetti passa attraverso questi cinque livelli di funzionamento sociale, ma il passaggio da un livello all’altro non avviene per gradi o lisi, ma per salti o crisi, cioè per cambio di cultura (interfaccia). L’interfaccia è così definibile come un cambio culturale. L’interfaccia rappresenta il sintomo dello sviluppo soggettivo, il prodotto dell’energia mentale. Così come l’elettricità è l’energia fisica che per mezzo dei campi magnetici produce energia cinetica, la psichicità è l’energia psichica che per mezzo dei campi relazionali produce energia sociale, passando attraverso ai successivi livelli di investimento di coppia, micro, macro, mega e virtuale.
La mentalità plurale non si riferisce solo a più persone, ma anche a più tempi, cioè momenti di sviluppo soggettivo.
Il modello delle cinque culture (coppia, micro, macro, mega e virtuale) vuole soprattutto affermare questa pluralità temporale.
Non va dimenticato che per passare da una cultura all’altra occorre passare attraverso degli interfaccia, cioè a dei cambiamenti della pressione sociale. Così per passare dalla cultura di coppia a quella di piccolo gruppo occorre passare attraverso l’interfaccia A, mentre tra quella di piccolo gruppo e quella collettiva occorre superare l’interfaccia , ed infine tra la cultura macro o collettiva e quella mega di comunità occorre superare l’interfaccia C. Ancora più misteriosa e di difficile gestione è l’interfaccia D, quella tra il livello comunitario e quello virtuale, oggi in rapida costruzione.

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4. DALLA COPPIA AL GRUPPO

ghPrendiamo in esame in questa sede solo i primi due livelli che attengono all’esperienza di tutti: la coppia e il gruppo.
La comunicazione di coppia o duale è acquisita nei primi anni di vita nel rapporto simbiotico prima con la madre, poi coi membri della famiglia e poi con parenti e  amici, possiamo quindi dire che è un tipo di comunicazione a cui siamo molto allenati e che abbiamo interiorizzato.

Questa modalità comunicativa si articola in vari livelli di profondità (dalla comunicazione che abbiamo chiamato “A” a quella definita “C”) e segue gli stessi schemi. Va tenuto presente, come viene descritto
nella “Pragmatica della comunicazione” e in “Change” 7 che quasi sempre  si adotta un modello comunicativo prevalente o dominante, (non si tratta del “carattere” come spesso di dice, bensì degli archetipi che abbiamo incontrato e coltivato 8) ad es. il timido, il burlone, lo scanzonato, l’intimista, etc..
A lungo andare questo modello ci diventa “stretto” nel senso che va vedere agli altri solo una parte di noi e questo lo percepiamo come forte limite nello stare con gli altri; ci provoca anche dolore e solitudine, ma più stiamo male e siamo in difficoltà (percepiamo cioè una carenza di risorse interne) più siamo portati ad usare il modello comunicativo a cui ci siamo allenati. Ed ogni volta che cambiamo gruppo o entriamo in una situazione nuova dove è più facile tendenzialmente mostrarci nella nostra completezza siamo però in ansia, abbiamo paura del giudizio degli altri e di sbagliare ancora e quindi, senza che ce ne rendiamo conto, riutilizziamo – quasi in modo automatico - il modello comunicativo a cui siamo allenati e questo meccanismo ci fa ricadere negli errori precedenti.
In altre parole per una sorta legge dell’inerzia siamo più portati alla persistenza che al cambiamento, anche se il non-cambiamento lo percepiamo come malessere. Ciò ovviamente succede perché i meccanismi della persistenza sono automatici, quelli del cambiamento invece richiedono consapevolezza. Infatti la condizione di paura, difesa, fuga utilizza i tanti automatismi che la natura ed il DNA ci hanno fornito.
Noi quindi, solitamente, intratteniamo relazioni sociali con lo schema comunicativo “della coppia” - che tutti conosciamo perfettamente - e che sta dentro ai nostri automatismi (simpatia e antipatia); in realtà c’è un altro modo di stare con gli altri; lavorando  sulla nostra consapevolezza si possono vedere gli altri tramite i punti di forza e i punti di debolezza. Questo atteggiamento o mentalità è molto funzionale perchè tende ad abbassare i meccanismi di difesa e ciò ci restituisce molte energie per vedere negli altri aspetti positivi da cui possiamo imparare e sopratutto per fare vedere agli altri la nostra soggettività, la nostra specificità. Questo scambio, che è sia emotivo che razionale, permette un posizionamento più alto della nostra autostima e ciò ti restituisce ancora più energia.
Il gruppo quindi diventa una incredibile riserva di energia per ciascuno e permette di sperimentare dei cambiamenti nel “qui ed ora”. Quando uno sperimenta un cambiamento, introietta una strategia di successo per sé stesso, acquisisce un “metodo” e questo se lo porta dentro per sempre. Tutto questo aiuta a studiare, a guardare il futuro con ottimismo, a inserirsi nel mondo del lavoro.
Il fare gruppo diventa un percorso verso la consapevolezza, verso il protagonismo di ciascuno che può crescere aumentando il controllo sulla comunicazione, verso la voglia e la curiosità di instaurare relazioni di gruppo che diventino significative.
La consapevolezza significa proprio questo: decidere di lavorare con la parte positiva dell’altro. Questo modo di relazionarsi con l’altro è la fonte del benessere.

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5.  LA COMUNICAZIONE PLURALE O DI GRUPPO

iCi sono due aspetti quindi che non vanno confusi ; il primo è la comunicazione duale invece di quella plurale, il secondo è la consapevolezza e la profondità della comunicazione.
La comunicazione duale si ritrova sia nella comunicazione che abbiamo definito “A” sia in quella denominata “C”, per questo spesso, pur cambiando  registro nella nostra comunicazione, non ce ne rendiamo conto.
Ora però dobbiamo mettere a fuoco le ricadute pragmatiche della  nostra definizione di gruppo e quindi esplorare le diversità fra la comunicazione plurale (o di gruppo) o comunicazione “B” e la comunicazione di coppia o “spontanea” o automatica o quella che abbiamo definito “A” e “C”.
Il gruppo è sempre una struttura transitoria, il gruppo inizia in un momento ben preciso ed avrà sempre una conclusione; vi sono gruppi che durano un giorno (ad es. in una gita), quelli che vivono tre giorni (come nei nostri laboratori), oppure il tempo del periodo scolastico o quello del periodo lavorativo.
Inoltre il gruppo è costituito da persone che noi non scegliamo, nel gruppo ci troviamo necessariamente con persone che non abbiamo scelto.
Queste due caratteristiche, viste in modo congiunto, devono essere le premesse per una comunicazione plurale.
Le altre situazioni in cui ci troviamo (partner, amici, famigliari ecc. ) richiedono un investimento emotivo (e proiettivo) di tipo diverso; gli amici e i partner devono essere scelti ( e quando li scegliamo, li scegliamo “per sempre”, non per un periodo di tempo delimitato), anche i famigliari, cioè la consanguineità, che pure non scegliamo, sono tali per sempre. In questi tipi di comunicazione viene sempre privilegiato una comunicazione di coppia e, il nostro problema consiste nel fatto che siamo talmente allenati ad una comunicazione di coppia che anche nel gruppo tendiamo a riproporre una comunicazione di coppia, mentre invece si richiede una comunicazione plurale.
Dobbiamo inoltre ricordarci che quando parliamo di comunicazione intendiamo come “vediamo” l’altro ma anche come noi ci facciamo conoscere, anche questo aspetto viene spesso sottovalutato; conoscere qualcuno significa anche farsi conoscere, sono due facce della stessa medaglia ed il processo “conoscere e farsi conoscere” è un unico processo, infatti il secondo assioma della pragmatica della comunicazione recita : “Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione” 9.
Questo capitolo della comunicazione ha avuto, in questi ultimi anni, un grande sviluppo con la scoperta dei “neuroni specchio” 10.
Tale passaggio è rilevante, fra l’altro, perché l’immagine che l’altro ci rinvia posiziona la nostra autostima; paradossalmente la nostra socialità si nutre più dell’immagine dell’altro (inteso come gruppo) che dell’immagine della coppia cioè delle persone che noi abbiamo scelto.
A questo punto si apre un discorso molto complesso che in parte svilupperemo nel prossimo paragrafo. Per il momento è necessario soffermarsi su un passaggio strategico.
Quando scegliamo di avere un rapporto privilegiato con una persona, lo facciamo perché questa persona ci piace, ci sembra simpatica oppure perché abbiamo o sentiamo di avere  delle cose in comune; in gran ci guidano degli automatismi, sentiamo, attraverso i neuroni specchio, che c’è una parte di noi in quella persona; vi sono delle omogeneità, delle sovrapposizioni; più il rapporto è intimo, più ci guida una sorta di “strascico simbiotico”, tanto è vero che in psicologia questo “altro” che scegliamo viene anche chiamato “sé esteso”. Per esemplificare noi ci “ritroviamo” nell’altro e ciò che ci conduce al rapporto di coppia sono le somiglianze, le uguaglianze, le identità, almeno su qualche questione; questa sorta di sovrapposizione, che inconsciamente proviamo, genera un sentimento di fiducia, di reciprocità, di completamente della propria identità e quindi anche di profondità. Per certi versi diamo per scontato che questo altro ci debba gratificare o fare dei complimenti o che sappia riconoscere i nostri punti di forza . Per cui l’immagine che ci rinvia in realtà conferma cose che già sappiamo; questo sentimento che proviamo è molto confortante ed utile, però non alza la nostra autostima perché è come se ci guardassimo allo specchio e ci facessimo un complimento da soli.
I rapporti simbiotici tendono più alla persistenza che al cambiamento; i rapporti di coppia lavorano più sulle conferme e sui punti di forza che sulle smentite o i punti di debolezza.
Ed è in questa progressione del ragionamento che il nuovo paradigma del gruppo (inteso come struttura di comunicazione) rivela tutta la sua efficacia e natura rivoluzionaria.
Il gruppo infatti inteso come modo di vedere gli altri e come modo di farsi conoscere ( ed è qui la comunicazione) sui punti di forza e punti di debolezza modifica completamente la natura del rapporto: la coppia lavora sulle omogeneità, il gruppo sulle differenze .
A questo punto, come preannunciato, dobbiamo fare una lunga digressione per capire due cose; la prima è perché la socialità è così rilevante nella nostra evoluzione; la seconda perché il gruppo, come lo intendiamo noi, cioè una  socialità basata sulla diversità, rappresenta una svolta culturale di importanza epocale, che ci separa definitivamente dalla natura e dai nostri vincoli evolutivi con tutti gli animali comprese le scimmie antropomorfe.

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6. FILOGENESI E ONTOGENESI DEL GRUPPO

l

È molto probabile che alla filogenesi della stirpe umana e alla connessa nascita del gruppo per il sapiens sapiens corrisponda un’ontogenesi dell’individuo, ovvero l’individuo ad un certo punto della sua vita può passare da una comunicazione duale o di coppia ad una comunicazione plurale o di gruppo.

Ricordiamo che nel diciannovesimo secolo fu proposta da Ernst Haeckel11 la teoria della ricapitolazione (per altro molto discussa): “tutte e due le serie dell’evoluzione organica, l’ontogenesi dell’individuo e la filogenesi della stirpe a cui esso appartiene, stanno fra loro nel più intimo rapporto causale. La storia del germe è un riassunto della storia della stirpe, o, con altre parole, l’ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi.”
Il gruppo come struttura di comunicazione implica che il gruppo non può nascere spontaneamente, può essere solo frutto di una consapevolezza: se il gruppo non è spontaneo significa che nasce ad un certo punto della storia (filogenesi); il gruppo quindi non è naturale bensì culturale.
Noi sappiamo che in natura non esistono gruppi ma branchi, organizzazioni, bande, famiglie.
Geneticamente, e probabilmente anche fisicamente, l'animale più vicino all'uomo è lo scimpanzé; 
il DNA dello scimpanzé infatti è uguale a quello dell'uomo per il 98%.
Vivono in branchi più o meno numerosi, composti di maschi, femmine e cuccioli. A guidarli sono di solito i maschi dominanti. Una delle attività più curiose del branco e quello dello "spulciamento" reciproco (il "grooming"), che è un'importante fattore di aggregazione sociale.
Molti studiosi ritengono 12 che
1. Circa uno o due milioni di anni fa i nostri antenati dovevano trovarsi davanti al fatto, dovuto forse a una delle epoche glaciali, che gli alberi stavano diventando sempre più scarsi: dovettero scendere a terra. E qui, essendo più lenti, più deboli e meno equipaggiati di zanne e unghie, si trovarono in serio svantaggio rispetto ai loro nemici: i grandi carnivori dell'epoca. Su che cosa si potevano appoggiare? Sul numero e sulle loro mani maldestre. Se fossero stati animali solitari si sarebbero sicuramente estinti. Sopravvivevano quelli che lanciavano degli oggetti contro il nemico, e non singolarmente (probabilmente avrebbero mancato il bersaglio) ma tutti insieme.
Sopravvivevano quelle tribù che: a) usavano le mani per afferrare degli oggetti da usare come arma, e b) si difendevano non singolarmente ma come gruppo.
2. Quindi l'uomo si sviluppò come un animale sociale, co-operativo. Sviluppò L'ISTINTO DI SOCIALITÀ. Quegli uomini che avessero avuto delle tendenze solitarie venivano eliminati dalla selezione naturale. E l'istinto di socialità si manifestò come un senso d'angoscia negli individui ogniqualvolta si trovassero separati dai loro simili, angoscia che li spingeva a cercarli per riunirsi a loro, perché di fatto in quella situazione l'isolamento significava prima o poi la morte. Sopravvivevano solo quelli con un forte istinto solidale. L'istinto di socialità si manifesta in un bisogno di essere accettati in qualche modo dalla società dei nostri simili.
3. Il gruppo diventava coeso (e tuttora è così per le scimmie antropomorfe) tramite lo spulciamento, cioè ciascuno doveva accudire un po’ tutti gli altri, solo in questo modo si creava un clima di fiducia reciproca; aumentando i pericoli era opportuno che i gruppi fossero più numerosi, ma questo rendeva problematica la pratica dello spulciamento (per mancanza di tempo; è stato calcolato che se la coesione del gruppo è affidata allo spulciamento, il gruppo non può superare il numero di circa 20 membri), allora questa pratica si è evoluta tramite lo sviluppo e il raffinamento dei grugniti scimmieschi, fino a diventare un sistema di comunicazione sempre più complesso: la parola (e quindi di riflesso il pensiero, che altro non è se non una riflessione comunicabile della realtà nella mente del pensante). Questa evoluzione ha permesso la creazione di gruppi più grandi perché i segnali di fiducia (o la manutenzione delle relazioni) si sono trasformati da una pratica che richiede molto tempo (lo spulciamento) ad una pratica più veloce: la parola e quindi il pettegolezzo, il “picciripicci”, come spesso lo chiamiamo nei LARA, quando, in cerchio, i ragazzi parlano col loro vicino.
4. Naturalmente avremo una evoluzione del gruppo; possiamo dire che esiste un gruppo 1 che è funzionale alla sicurezza (terzo gradino della piramide di Maslow 13) e un gruppo 2, molto più consapevole, che porta al benessere e al bellessere cioè alla felicità (4° e 5° gradino della piramide quello dello status e della stima e dell’autorealizzazione).
Il gruppo, nell’evoluzione, si sviluppa come un’esigenza e/o un’emergenza per risolvere alcuni problemi pratici: il viaggio (la colonizzazione della terra), la gestione del fuoco, la squadra dei cacciatori/raccoglitori. Gli ominidi precedenti affrontavano queste emergenze costituendo gruppi in base ad omogeneità (simpatie, medesime abilità etc.), cioè dualità, coppia, famiglia etc.; l’innovazione del sapiens sapiens è stata il costruire gruppi fondati sulle diversità; un gruppo di dieci cacciatori/raccoglitori era più forte se in esso vi erano dieci abilità diverse, perché potenzialmente poteva mirare a dieci target/prede diversi, mentre prima si aveva un’abilità moltiplicata per dieci che permetteva la superiorità rispetto ad un unico target/preda.
Il gruppo naturale nasce quindi per un bisogno di difesa e la propria coesione viene rafforzata da pratiche “comunicative” ben precise : lo spulciamento.
Ora invece vediamo come è nato il gruppo culturale .
Per introdurre l’argomento, utilizzo una storiella di una mia recente pubblicazione 14:
“Lara quella notte non riusciva a dormire; stringeva il suo piccolo al seno, era raffreddato, la caverna che avevano scelto per bivaccare era piccola e umida, gocce d’acqua scendevano da tutte le parti. Era da due giorni che il fuoco si era spento e non si riusciva a riaccenderlo, i bastoncini erano umidi e anche sfregandoli molto non si riusciva a fare in modo che la scintilla della pietra focaia li accendesse; inoltre da alcuni giorni mancava completamente il cibo perché il gruppo dei cacciatori/raccoglitori non era riuscito a catturare alcuna preda. C’era qualcosa che non andava…
.... Lara stava pensando che forse per riuscire a sopravvivere avrebbero dovuto ristrutturare i propri gruppi: quelli che si occupavano del fuoco, il gruppo degli esploratori che favoriva gli spostamenti più opportuni e il gruppo dei cacciatori/raccoglitori. Forse era proprio questa suddivisione omogenea che non andava: d’ora in avanti i gruppi sarebbero stati costituiti da persone diverse tra di loro, che, mettendo a disposizione le loro differenti caratteristiche, avrebbero maggiormente garantito la sopravvivenza della loro comunità. Era nato il gruppo come lo intendiamo noi oggi, ovvero come struttura di comunicazione in cui il punto di forza è il riconoscimento della diversità. “Dopo avere scoperto il gruppo – pensò LARA sospirando – dovrò inventare lo sport per ritualizzare il gruppo… ma questa è un’altra preistoria!”

 Naturalmente mentre per il gruppo naturale abbiamo a disposizione numerosi studi scientifici, per il gruppo culturale invece  ci siamo avvalsi di una storia inventata, frutto della nostra fantasia o meglio abbiamo dedotto questa storia osservando per quindici anni il comportamento di vari gruppi.
In sostanza abbiamo detto, alle persone che facevano i nostri laboratori LARA, : provate a stare insieme, a comunicare cercando di lasciare sullo sfondo le vostre simpatie e antipatie e cercate di mettere a fuoco i punti di forza e i punti di debolezza sia nel guardare gli altri sia nel farvi conoscere, utilizzate per fare questo la vostra consapevolezza e cercate di resistere ai vostri automatismi. Ovviamente con le persone adulte è possibile fare questa proposta in modo esplicito, con i ragazzi più giovani si è usato come interfaccia il gioco. Ebbene le persone si scoprono in modo diverso, se riescono a vedere le diversità come una possibile risorsa, dal punto di vista comunicativo, si creano immediatamente rapporti di fiducia e di cooperazione. Questo sforzo è tanto più efficace e semplice se ci si ricorda che l’esperienza è di transizione e se il grado di conoscenza reciproca è, tutto sommato, limitato. Il gruppo quindi non è mai spontaneo bensì è sempre frutto di una consapevolezza; il gruppo non è naturale, ma sempre culturale, il gruppo nasce dalla consapevolezza che è transitorio, che è necessario trovare il modo di stare bene anche con le persone che non abbiamo scelto. Ovviamente questa “mentalità” di gruppo produce nella fase iniziale  una certa apprensione, viene richiesto ai partecipanti – durante i laboratori -  di modificare i loro automatismi  e questo crea un po’ di ansia. Per questo motivo nella conduzione si deve seguire il gruppo nei suoi passi, non si può imporre con forza e decisione i ritmi che si hanno in testa, ma vanno osservate le dinamiche in modo da proporre all’inizio (quando cioè le difese sono alte) stimoli relativamente bassi, e poi progressivamente, col diminuire dei segnali di fuga o di difesa, si possono proporre stimoli che vanno più in profondità, fino allo scambio emotivo. Il gruppo quindi, facendo delle diversità un punto di forza, diventa uno strumento di bio-diversità, un modo di comunicare che offre spazi a chi crede di non sapere comunicare, che chiede a chi parla sempre troppo, di fare un passo indietro, che moltiplica le risorse soggettive e gruppali, in questo modo è avvantaggiato chi reputa di avere meno risorse degli altri.

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7. SIEPI, BARRIERE CORALLINE E GRUPPI

mnJames Lovelock nel suo “Omaggio a Gaia” (2000) 16, mentre traccia un’autobiografia della sua vita e di come è nata e si è sviluppata la teoria di Gaia, ad un certo punto (pag. 129) scrive : “… e così accettai quel lavoro, però mi fece partecipare alla rimozione delle siepi – uno dei cambiamenti più distruttivi avvenuti nella campagna inglese dopo la seconda guerra mondiale. Le siepi sono foreste lineari che funzionano da recinzioni naturali fra i campi  offrendo al tempo stesso  un habitat agli uccelli e a numerosi specie di piante  e insetti.  Esse sono il rifugio e il serbatoio di ecosistemi ormai appartenenti al passato. ….

Le siepi rappresentano la più straordinaria  simbiosi di ecosistemi umani e boschivi, e sono luoghi adatti alla nidificazione degli uccelli. Inoltre, sono l’habitat di insetti predatori – per esempio icneumonidi, piccole vespe e coccinelle. – che costituiscono un mondo naturale per controllare le specie nocive.”.
Anche le barrire coralline garantiscono nel mare una biodiversità che moltiplica le risorse ittiche  e faunistiche e preserva i sistemi di fronte a minacce infestanti.
Nella nostra visione del gruppo questi effetti benefici possono essere riproposti nei luoghi educativi, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle squadre sportive, nelle associazioni che frequentiamo. Se il gruppo viene vissuto come struttura di comunicazione nel senso in cui abbiamo cercato di spiegare ridiventa attuale il concetto di K. Lewin: “Il gruppo è il migliore antidoto alle tentazioni autoritarie della democrazia”.
Una democrazia che pullula di gruppi diventa una democrazia più vera, dove ciascuno può trovare il proprio spazio per partecipare e realizzarsi.
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NOTE

1 Thomas Samuel Kuhn ( 1922 –  1996) è stato un storico della scienza e filosofo statunitense. Nella sua opera principale, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), ed . Einaudi, To., 1969, Kuhn sostiene che la scienza invece di progredire gradualmente verso la verità è soggetta a rivoluzioni periodiche che egli chiama slittamenti di paradigma. Kuhn impone l'uso del termine "paradigma" per indicare l'insieme di teorie, leggi e strumenti che definiscono una tradizione di ricerca in cui le teorie sono accettate universalmente. Le rivoluzioni scientifiche cambiano il paradigma di riferimento; i l criterio con cui un paradigma risulta vincitore sugli altri consiste nella sua forza persuasiva e nel grado di consenso all'interno della comunità scientifica.

2 Frabboni F., Montanari  F. LARA : nuove abilità relazionali nell’avventura scolastica, F. Angeli, Mi, 2002;
Montanari F., La scuola superiore e il gruppo,  Rivista “Riforma e didattica” anno II n. 2 maggio 1998 ed. Falzea, R.C.

3 Recentemente sono stati forniti alcuni contributi significativi che vanno in questa direzione.
L. Dozza Educazione alla comunicazione come necessità per la vita in Pedagogia più didattica, rivista n.1 gennaio 2008, ed Erikson Tn
E. M. Secci Il T-group nella formazione strategica  in Psicologia e Lavoro, rivista n. 141, 2006, ed. Patron, Bo..

4 Watzlawick P., Helmick Beavin J., Jackson Don D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1974

5 R. Damasio Emozione e coscienza ed. Adelphi, Mi., 1999

6 E. Spaltro Conduttori ed. F. Angeli, 2005, MI

7 Watzlawick, P., Weakland J.H., Fish R., Change, (1974) Astrolabio, Roma, 1996.

8 Jung C. G., Gli archetipi dell'inconscio collettivo, (1936), ed. Bollati Boringhieri, To., 1995

9 Watzlawick P., Helmick Beavin J., Jackson Don D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1974

10 Rizzolatti G., Sinigaglia C., (2006), So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Mi.

11 Haeckel  Ernst (1834-1919), biologo tedesco; contrastò le teorie vitalistiche divulgando il darwinismo. Storia naturale della creazione, 1868

12 Robin Dunbar Dalla nascita del linguaggio alla babele de lingue  (1996) ed. Longanesi, Mi, 1998

13 Abraham Harold Maslow (Brooklyn1 aprile 1908 – California8 giugno 1970) è stato uno psicologo statunitense, è noto per aver ideato una gerarchia dei bisogni umani, la cosiddetta piramide di Maslow. Nel 1954 pubblicò "Motivazione e personalità" (Armando Editore, 1992) dove stabilì una gerarchia di motivazioni che andavano dalle più basse, originate da un bisogno primitivo, a quelle più alte, volte a completare il potenziale umano:

14 F. e S. Montanari Dal branco al gruppo –manuale per la formazione di gruppi-  ed. La Meridiana, 2008, Ba.

15 Y. Baskin Il pasto gratis ed. Instar, To., 2005

16 J. Lovelock Omaggio a Gaia ed. Bollati Boringhieri, To. 2002

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NOTE BIBLIOGRAFICHE

Baskin Y. Il pasto gratis ed. Instar, To., 2005
Damasio R. Emozione e coscienza ed. Adelphi, Mi., 1999
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UNA POST RIFLESSIONE (presa in prestito)
Da Robin Dunbar “Dalla nascita del linguaggio alla babele delle lingue”(1996) Ed. Longanesi Mi 1998

oCap. 10 Le cicatrici dell’evoluzione
Il tema centrale ruota intorno a quattro punti  chiave:
1) fra i primati, pare che le dimensioni  dei gruppi sociali siano limitate dalla grandezza della neocorteccia della specie;
2) la grandezza delle reti sociali umane  sembra essere limitata per ragioni simili a un valore intorno a 150 individui;
3) il tempo dedicato dai primati alla pulizia sociale della pelle è in relazione diretta  alla grandezza dei gruppi, svolgendo un ruolo cruciale nell’assicurarne la coesione;
4) viene proposta la tesi che il linguaggio si sia evoluto fra gli esseri umani per sostituire la pulizia sociale del corpo, giacché il tempo richiesto da questa attività in gruppi grandi come quelli umani sarebbe stato eccessivo. Sostengo perciò che il linguaggio si sarebbe evoluto per colmare questa lacuna, permettendoci di avere più tempo per curare meglio le interazioni sociali.
Il linguaggio svolge questo ruolo in una varietà di modi diversi. Esso ci permette di comunicare con più individui nello stesso tempo;  ci permette di scambiarci informazioni sul nostro mondo sociale, in modo da poter seguire ciò che avviene fra i membri della nostra rete sociale (oltre che potere smascherare gli inganni sociali); ci permette di pubblicizzare le nostre qualità in un modo impossibile alle scimmie, compresi i pongidi; e infine -  ma non e certo la cosa meno importante  -ci permette di produrre gli effetti di rinforzo  della pulizia vicendevole della pelle (ossia la liberazione di oppiati nel circolo sanguigno) anche a distanza. Per  l’evoluzione del  linguaggio si richiedevano vari mutamenti  sociali. Alcuni di questi erano fisiologici (la sottrazione ad altri organi dell’energia richiesta per conservare un cervello di grandi dimensioni),  altri cognitivi ( la creazione di moduli cerebrali necessari per sostenere una teoria della mente, oltre alla produzione meccanica del linguaggio vocale.

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