Premessa
Di seguito vengono analizzati alcuni significati del lavoro che normalmente viene sviluppato negli stage LARA.
Possiamo dire che è una razionalizzazione di ciò che in uno stage viene invece sentito e provato. Alcuni passaggi possono sembrare difficili, ma l'esperienza LARA (in questo sta la sua unicità) ha ricercato una metodologia per fare passare questi concetti tramite giochi e simulazioni.
Imparare a stare bene con le persone con cui non si è scelto di stare (questo è il gruppo!) favorisce l'abbassamento delle difese e quindi la possibilità di indirizzare la propria energia per sviluppare le proprie potenzialità e risorse. Ciò crea un innalzamento dell'autostima ed una maggiore predisposizione a lavorare sui propri compiti di sviluppo.
Questa metodologia è particolarmente valida per gli adolescenti (essendo più duttili) ma anche per insegnanti, adulti o gruppi impegnati in varie attività.
1) IL SIGNIFICATO DEL GRUPPO
Il problema del gruppo in ogni ambito sarà sempre più un problema strategico.
Una ricerca Eurispes di alcuni anni fa sui lavoratori italiani faceva emergere come il 63% dei lavoratori stavano male sul luogo di lavoro al punto da dover prendere farmaci.
Ciò significa anche poca produttività ed enorme spesa sanitaria (che si riversa su tutti).
In percentuale i lavoratori che maggiormente soffrono di stress non sono gli operai delle catene di montaggio, ma gli impiegati pubblici, gli insegnanti, gli operatori della sanità, quei lavoratori cioè che trascorrono il tempo di lavoro in relazioni.
Non solo il gruppo non viene utilizzato per migliorare l'efficacia e l'efficienza del lavoro, ma spesso la difficoltà a gestire relazioni e a stare con gli altri provoca nervosismo, disturbi, depressioni, stress.
Ma cosa intendiamo per gruppo?
Nella lingua italiana il termine gruppo spesso viene utilizzato come sinonimo di insieme di persone. In realtà ogni insieme di persone ha delle caratteristiche ben precise.
Ad esempio quando un insieme di persone ha un obiettivo specifico e dei ruoli definiti bisognerebbe chiamarlo: Organizzazione.
Quando invece questo insieme di persone condivide un valore o un ideale (religioso, ecologista, oppure un valore come quello di uscire dalla dipendenza, etc.) lo chiamiamo Comunità. Un insieme di persone che condivida la consanguineità lo definiamo famiglia.
Ma vi sono altri insieme di persone. Ad esempio quando diciamo squadra intendiamo il mettere in comune un'abilità quindi non solo la squadra di calcio, ma anche la squadra dei pompieri.
Quando ciò che si condivide è l'affetto, il tempo libero lo definiamo compagnia o amicizia.
Come si può vedere molti di questi tratti sono comuni anche ad altre definizioni, ma la definizione descrive comunque qualcosa che è imprescindibile dalla definizione stessa. Ad esempio una squadra è anche una organizzazione in quanto ha obiettivi comuni (o viceversa) ma non si può chiamare squadra un insieme di persone che non condivida un'abilità.
Nella famiglia ci possono essere anche gli affetti ma possono anche non esserci, ma per la definizione classica vi è sempre la consanguineità.
Ugualmente in quello che chiamiamo gruppo vi possono essere scopi comuni, ideali condivisi, affettività o altro ma tutto ciò non è sufficiente per chiamare un insieme di persone Gruppo.
Allora cos'è il gruppo ?
Nella definizione che noi diamo il gruppo è un insieme di persone il cui modo di stare insieme tende a fare emergere le risorse individuali e di gruppo.
Ciò significa che il gruppo è caratterizzato da un modo di stare insieme, dalla comunicazione che viene usata, da come si sviluppano le relazioni e cioè dal cercare di individuare e capire i punti di forza e i punti di debolezza dell'altro.
Quindi si può fare gruppo in vari contesti; ma il gruppo è definito proprio da come le persone stanno insieme, cioè da come comunicano fra di loro; se la loro comunicazione tende a fare venire a galla i pregi e i difetti di ciascuno per essere conosciuti ed accettati cioè per mettersi in grado di sviluppare una leadership diffusa allora questo insieme di persone è potenzialmente un gruppo. Se invece prevalgono stereotipi, pregiudizi, se vengono sottolineati solo i difetti o i punti di debolezza per competere o addirittura per sottomettere gli altri, questo non è un gruppo ma tendenzialmente - un branco, una banda o gruppo regressivo. Bion lo chiama il gruppo arcaico caratterizzato da accoppiamento, dipendenza, attacco e fuga.
Lo scopo per cui il gruppo ha una funzione strategica è il benessere (o, come ci insegna Spaltro, il bellessere); stare bene in un gruppo significa stare meglio anche con se stessi. Se stiamo bene siamo in grado anche di lavorare meglio; un insieme di persone che diventa un buon (o un bel) gruppo produce di più anche dal punto di vista del rendimento lavorativo.
Torna all'inizio Il grande equivoco: gruppo e comunicazione
Ciò che va chiarito è che il gruppo è sempre di transizione, il gruppo non lo si sceglie, nel gruppo ci si trova, e prima o poi finisce, il gruppo non è per sempre.
Il grande equivoco è la differenza fra un gruppo e gli amici. Gli amici li scegliamo noi, il gruppo no! La compagnia riproduce lo schema comunicativo della coppia (è un interfaccia A) basato sulle somiglianze, le identità, la vicinanza\sovrapposizione simbiotica, un'amicizia come l'amore è tendenzialmente per sempre e tende a stabilire alcune opinioni oggettive e condivise.
Il gruppo invece usa l'interfaccia B; cioè la diversità come risorsa, la differenza per crescere e capire, la soggettività e la diversità delle opinioni; gli altri appartenenti al gruppo non sono scelti da noi.
Quando un gruppo comincia a stare bene insieme la tentazione equivoca (e per certi versi pericolosa) è di trasformare questi legami positivi in amicizia (si comincia a dire: vediamoci anche fuori, andiamo a mangiare una pizza tutti i mesi, telefoniamoci spesso etc.).
In sostanza e senza esserne consapevoli - si regredisce all'interfaccia A, alla mentalità di coppia.
Questo meccanismo è simile ad un altro che viene descritto nella Pragmatica della comunicazione; spesso noi adottiamo un modello comunicativo prevalente o dominante, ad es. il timido, il burlone, lo scanzonato, l'intimista etc.; a lungo andare questo modello ci diventa stretto, nel senso che fa vedere agli altri solo una parte di noi e questo lo percepiamo come forte limite allo stare con gli altri; ci provoca anche dolore e solitudine, ma più stiamo male e siamo in difficoltà (percepiamo cioè una carenza di risorse interne) più siamo portati ad usare il modello comunicativo a cui ci siamo allenati. Ed ogni volta che cambiamo gruppo o entriamo in una situazione nuova dove è più facile tendenzialmente mostrarci nella nostra completezza siamo però in ansia, abbiamo paura di sbagliare ancora e quindi, senza accorgersi, riutilizziamo quasi in modo automatico - il modello comunicativo a cui siamo allenati e questo meccanismo ci fa ricadere negli errori precedenti.
In altre parole per una sorta legge dell'inerzia siamo più portati alla persistenza che al cambiamento, anche se il non-cambiamento lo percepiamo come malessere. Ciò ovviamente succede perché i meccanismi della persistenza sono automatici, quelli del cambiamento invece richiedono consapevolezza. Infatti la condizione di paura, difesa, fuga utilizza i tanti automatismi che la natura ed il DNA ci hanno fornito.
Anche nello stare in gruppo si ricade in un meccanismo simile: se si sta bene insieme, tanto vale essere amici, cioè adottare una mentalità di coppia, ciò richiede vicinanza, confidenze e quindi il formarsi di sottogruppi, alzare nuovi muri, creare divisioni, comunicare per stereotipi e pregiudizi e quindi allontanarsi in modo irrimediabile dal gruppo e ricreare certo inconsapevolmente un malessere diffuso.
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Gruppo e conflittiI
Per realizzare un buon gruppo è necessaria una comunicazione consapevole che ti ponga serenamente in relazione con gli altri. E' pertanto fondamentale saper affrontare le divergenze di opinioni e di carattere e quindi sapere percepire la diversità non come un ostacolo ma come una risorsa.
Con gli altri quindi bisogna essere in grado di negoziare e pertanto non bisogna avere paura del conflitto. La paura del conflitto spesso apre la strada a piccole incomprensioni che diventano sempre più grandi; se non si agisce il conflitto iniziano le scaramucce, le piccole ipocrisie, le alleanze strumentali e tutto ciò porta ad una guerriglia infinita e stressante; dopo un po' non ci si ricorda neppure come è iniziata e non si capisce quando possa finire.
La paura del conflitto è ancora più pericolosa del non riuscire ad agire il conflitto.
Il conflitto ha una funzione fondamentale di pulire le scorie della comunicazione.
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Le scorie della comunicazione
Va tenuto presente che anche una buona comunicazione nel tempo crea comunque scorie.
Gli antidoti che conosciamo per non accumulare scorie nella comunicazione sono molto pochi: l'umorismo, l'autoironia, qualche bel chiarimento in profondità, il conflitto.
Il più efficace, anche se va usato con una certa prudenza e nelle situazioni che sono un po' degenerate, è proprio il conflitto.
I vantaggi del conflitto sono quelli di mettere i due interlocutori uno di fronte all'altro e, nell'impeto dell'emotività che un conflitto inevitabilmente trascina con sè, ci si dice le cose che ciascuno pensa dell'altro a volte anche in modo eccessivo, ma con una restituzione molto chiara.
Il conflitto ha un inizio e una fine e, in genere, brucia le scorie accumulate. Una volta azzerate le tensioni e le incomprensioni il conflitto apre la strada alla negoziazione. I due interlocutori devono trattare e discutere come proseguire, devono chiarire alcune regole ed alcuni comportamenti.
Il negoziato non dovrebbe essere teso solo ad una pura mediazione intesa come un fare a metà; il buon negoziatore è colui che prima ancora di negoziare è consapevole di poter trarre dei vantaggi per sé e per l'altro. Il conflitto e la negoziazione devono essere percepiti come risorse e come opportunità. Anche in questo caso è un problema di consapevolezza.
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2) LA CONSAPEVOLEZZA
cioé come la comunicazione nel gruppo é fonte di benessere
La comunicazione è un percorso verso la consapevolezza, verso il protagonismo di ciascuno che può accrescere aumentando il controllo sulla comunicazione, verso la voglia e la curiosità di instaurare relazioni di gruppo che diventino significative.
Così come la nostra aggressività esterna spesso è frutto di una insicurezza interna, allo stesso modo la nostra percezione dell'altro come risorsa è possibile quando stiamo bene con noi stessi. D'altra parte stiamo bene con noi stessi quando riusciamo a stare bene con gli altri.
Ma affinché questo ragionamento non diventi una tautologia occorre declinare almeno tre stadi di consapevolezza che aiutano a scoprire il benessere.
Il primo stadio è come si sta con altri?
Noi siamo pieni di automatismi e così anche le nostre emozioni entrano in noi come percezioni automatiche, direi quasi meccaniche.
Quando stiamo con un persona ancora prima di parlare noi abbiamo delle sensazioni che probabilmente sono sia positive che negative; la comunicazione che poi sviluppiamo tende ad accentuare anche inconsciamente tali suggestioni o stereotipi o pregiudizi. Se lasciamo andare tutto spontaneamente spesso avremo relazioni difficoltose.
Se invece siamo in grado di soffermarci e di riflettere sugli aspetti positivi e negativi che percepiamo dell'altra persona saremo in grado di iniziare un rapporto a partire dagli aspetti positivi che noi percepiamo dell'altro.
Supponiamo pure che l'altro ci risulti simpatico solo al 30% e quindi, secondo noi, sono maggiori i punti di debolezza dell'altro, se comunque siamo in grado nel primo approccio di lavorare con i suoi punti di forza l'altro ci ricambierà con la stessa moneta lavorando cioè con quello che lui ritiene i nostri punti di forza.
Questo scambio positivo permette l'instaurarsi di una relazione positiva, di reciproca - anche se ancora parziale fiducia, in cui poi ci sarà anche posto per osservazioni più critiche rispetto ai punti di debolezza che noi vediamo nell'altro.
In sostanza scopriamo un altro paradosso. E cioè che la spontaneità significa utilizzare i nostri automatismi che corrispondono al massimo dei condizionamenti. Invece la consapevolezza contrasta gli automatismi e ci permette di fare delle scelte.
Pertanto possiamo scegliere, al di là dei condizionamenti e degli stereotipi, con quale parte di una persona vogliamo comunicare.
L'altro gradino della consapevolezza riguarda l'autostima.
L'autostima è un meccanismo complesso che viene posizionato da ciascuno in base a come si sofferma sulle immagini che gli altri gli rinviano attraverso la comunicazione sia verbale che non verbale.
Noi riceviamo, anche inconsciamente, sia immagini positive che immagini negative.
Quando ci soffermiamo sulle immagini negative la nostra autostima si abbassa e viceversa.
Se abbiamo una energia positiva noi possiamo decidere su quali immagini soffermarci e se saremo in grado di lavorare innanzitutto su quelle positive allora posizioneremo più in alto la nostra autostima e questo poi ci permette di considerare in modo diverso anche le immagini negative, nel senso che le potremo utilizzare per lavorare su di noi per limare e correggere gli aspetti di noi che infastidiscono gli altri. In caso contrario le considereremo minacce e quindi ricorriamo ai meccanismi di fuga e di difesa.
Se ciascuno comincia a fare vedere all'altro i propri aspetti positivi riceverà dei feedback positivi e a quel punto non avrà paura di fare vedere all'altro anche i propri aspetti più critici o i propri punti di debolezza. Inoltre questi rinvii positivi rafforzano l'autostima. Con una solida autostima quando gli altri ti rinviano aspetti negativi di te, non ti arrabbi ma capisci su cosa devi lavorare, su qual'è la direzione del cambiamento a cui ti devi volgere.
In questo modo sarà più facile riconoscere nell'altro pregi e difetti e cominciare a lavorare con i punti di forza dell'altro. La consapevolezza significa proprio questo: decidere di lavorare con la parte positiva dell'altro. Questo modo di relazionarsi con l'altro è la fonte del benessere.
Citando Spaltro, noi ritroviamo le quattro gambe del Tavolo della promozione (del benessere): motivazione, creatività, clima e gruppo.
La comunicazione pertanto è il veicolo del cambiamento e le direzioni del benessere sono l'autoriflessività, l'autostima e l'eterostima.
Ma per riuscire a stare bene con noi stessi dobbiamo essere in grado di valorizzare le immagini positive gli altri ci rinviano.
Il terzo gradino della consapevolezza fa riferimento al qui ed ora
SULLA COMUNICAZIONE\RESPONSABILITA'\CONSAPEVOLEZZA
FOCUS |
CIO' CHE VA OSSERVATO |
LA CONSAPEVOLEZZA
DA ACQUISIRE |
La comunicazione con l'altro |
Ciascuno ha i suoi pregi e i suoi difetti,
i suoi punti di forza e
i suoi punti di debolezza |
Sta a te scegliere
la parte dell'altro
con cui lavorare |
La comunicazione con te stesso (la tua autostima) |
Gli altri ti rinviano immagini di te belle e brutte (aleggiano schiaffi e carezze) |
Sta a te prendere e lavorare con gli aspetti positivi che ti rinviano gli altri
(e poi anche sugli aspetti critici) |
La comunicazione col tempo:
stare nelle cose
(quando cammini, cammina.) |
Ogni cosa che fai può essere
più o meno utile
o più o meno interessante |
Sta a te scegliere di lavorare
con la parte utile delle cose che fai
o con la parte più interessante |
La metafora del gruppo: i porcospini di Schopenhauer
Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
(A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena , II, 2, cap. 30, 396)
CENNI BIBLIOGRAFICI
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