Si inventa ciò che non c'é e si scopre che c'éChi sarò
Invenzioni - Intuizioni
Si inventa ciò che non c’è e si scopre ciò che c’è.

 

Il mio impegno in questi ultimi 15 anni è stato rivolto sicuramente al LARA, penso sia stata la mia maggiore intuizione.
Ma il progetto LARA non può essere ridotto solo ad una scoperta
(un nuovo paradigma del gruppo), in realtà si tratta di un processo che ha generato ulteriori intuizioni e invenzioni a cui hanno contribuito i miei colleghi,
i partecipanti, le istituzioni con cui ho collaborato.
Pertanto propongo alcune mie intuizioni, anche in forma leggera,
che ruotano tutte attorno al problema della manutenzione delle relazioni.



DALLO SPULCIAMENTO AL PICCIRIPICCI
Gli scimpanzé


Lo scimpanzéGeneticamente, e probabilmente anche fisicamente, è l'animale più vicino all'uomo.
Il DNA dello scimpanzé infatti è uguale a quello dell'uomo per il 98%.
Vivono in branchi più o meno numerosi, composti di maschi, femmine e cuccioli. A guidarli sono di solito i maschi. Una delle attività più curiose del branco e quello dello "spulciamento" reciproco (il "grooming"), che è un'importante fattore di aggregazione sociale.
Molti studiosi ritengono che
1. Circa uno o due milioni di anni fa i nostri antenati dovevano trovarsi davanti al fatto, dovuto forse a una delle epoche glaciali, che gli alberi stavano diventando sempre più scarsi: dovettero scendere a terra. E qui, essendo più lenti, più deboli e meno equipaggiati di zanne e unghie, si trovarono in serio svantaggio rispetto ai loro nemici: i grandi carnivori dell'epoca. Su che cosa si potevano appoggiare? Sul numero e sulle loro mani maldestre. Se fossero stati animali solitari si sarebbero sicuramente estinti. Sopravvivevano quelli che lanciavano degli oggetti contro il nemico, e non singolarmente (probabilmente avrebbero mancato il bersaglio) ma tutti insieme.
Sopravvivevano quelle tribù che: a) usavano le mani per afferrare degli oggetti da usare come arma, e b) si difendevano non singolarmente ma come gruppo.
2. Quindi l'uomo si sviluppò come un animale sociale, co-operativo. Sviluppò L'ISTINTO DI SOCIALITÀ. Quegli uomini che avessero avuto delle tendenze solitarie venivano eliminati dalla selezione naturale. E l'istinto di socialità si manifestò come un senso d'angoscia negli individui ogniqualvolta si trovassero separati dai loro simili, angoscia che li spingeva a cercarli per riunirsi a loro, perché di fatto in quella situazione l'isolamento significava prima o poi la morte. Sopravvivevano solo quelli con un forte istinto solidale. L'istinto di socialità si manifesta in un bisogno di essere accettati in qualche modo dalla società dei nostri simili.
3. Il gruppo diventava coeso (e tuttora è così per le scimmie antropomorfe) tramite lo spulciamento, cioè ciascuno doveva accudire un po’ tutti gli altri, solo in questo modo si creava un clima di fiducia reciproca; aumentando i pericoli era opportuno che i gruppi fossero più numerosi, ma questo rendeva problematica la pratica dello spulciamento (per mancanza di tempo; è stato calcolato che se la coesione del gruppo è affidata allo spulciamento, il gruppo non può superare il numero di circa 20 membri), allora questa pratica si è evoluta tramite lo sviluppo e il raffinamento dei grugniti scimmieschi, fino a diventare un sistema di comunicazione sempre più complesso: la parola. (e quindi di riflesso il pensiero, che altro non è se non una riflessione comunicabile della realtà nella mente del pensante). Questa evoluzione ha permesso la creazione di gruppi più grandi perché i segnali di fiducia (o la manutenzione delle relazioni) si sono trasformati da una pratica che richiede molto tempo (lo spulciamento) ad una pratica più veloce: la parola e quindi il pettegolezzo, il “picciripicci”, come spesso lo chiamo io.
4. Naturalmente avremo una evoluzione del gruppo; possiamo dire che esiste un gruppo 1 che è funzionale alla sicurezza (terzo gradino della piramide di Maslow) e un gruppo 2, molto più consapevole, che porta al benessere e al bellessere cioè alla felicità (4° e 5° gradino della piramide quello dello status e della stima e dell’autorealizzazione)

LA MANUTENZIONE DEL SE’
Ogni tanto va messo in ordine l’armadio che è dentro di noi
Lettera a me stesso ovvero le mie emozioni

Ogni cosa che capita ha un suo risvolto positivo che prima o poi viene fuori.
La felicità credo sia una ricerca interiore, una ricerca dell’equilibrio, uno stare bene con se stessi che poi permette di stare bene anche con gli altri.
In un certo periodo della mia vita (attorno al ’91 – ’92), sono entrato in una crisi profonda e depressiva, ho cercato risposte per alcuni anni "all'esterno", ma le cose andavano sempre peggio, stavo male, avevo diversi motivi per stare male, ma stavo tanto male che l'insieme dei motivi che avevo non potevano giustificare questo mio malessere profondo. Da allora, toccato il fondo, mi sono chiesto: "Ma il problema non sarò io?", e per mesi e mesi sono stato fermo su questo punto; leggevo cose ma tornavo sempre a questa domanda.
Ho dimenticato un po’ tutto "l'esterno", ho abbandonato amici, cose, feste, incontri, donne, mi sono guardato dentro, ho visto come un armadio interno molto in disordine e allora ho preso una cosa alla volta e l'ho messa fuori (i miei sentimenti, le mie amicizie, i miei innamoramenti, il mio lavoro, il rapporto con i miei genitori e familiari, Dio, i miei interessi culturali, ciò che volevo fare da grande, i miei figli etc.); ho preso tutto così com'era, roba sporca o spiegazzata, robe belle e delicate che conservavo gelosamente, cose che avevo dimenticato lì e non sapevo neppure di avere... ho tirato fuori tutto a volte dolorosamente a volte con sorpresa a volte stanco (stanco anche della vita), ma ho tirato fuori tutto.
Intanto ascoltavo e osservavo senza più commentare, ho ascoltato la morte di mio padre, ho osservato ciò che i miei figli volevano dirmi, ho guardato dei fili d'erba, ho letto dei testi zen, tutto senza interpretare più nulla, ho imparato ad osservare senza farmi una opinione, mentre le cose mi scorrevano di fronte le osservavo nella loro bellezza o nei loro nodi.
Lo scimpanzéAvevo tirato fuori tutto dall'armadio e ho come scoperto un mondo nuovo che in una certa fase non ho più voluto toccare, contaminare, mi sono lasciato fare, ho cercato di vedere il mio armadio vuoto.
Lo scimpanzéPoi ho cominciato a riprendere una cosa alla volta e l'ho risistemarla nell'armadio per bene, ci ho rimesso dentro solo la metà delle cose che avevo prima, le altre ho deciso che per il momento non mi interessavano o non avevo la forza o l'energia giusta per riprenderle (Dio, la politica, alcune donne, un po’ di amicizie etc.).
Ora con queste poche cose io ci sto bene, ogni tanto mi capita di riprendere una cosa che avevo lasciato fuori e di rimetterla dentro se con questa cosa trovo un rapporto che mi faccia stare bene.
Altrimenti continuo a lasciarla fuori cioè è una cosa che per il momento non mi interessa.
Mi sento più leggero, più ordinato, più tranquillo, non ho più l'ansia di dovere controllare tutto; le cose vanno come devono andare, le persone alla fine fanno quello che vogliono, se c'è bisogno io dico come la penso, se uno mi chiede un consiglio ed io sono in grado di darlo (raramente) lo do, ma non mi preoccupo dell'esito, le persone alla fine fanno quello che vogliono, non fanno le cose giuste (se mai esistesse il giusto), non fanno le cose in base ad una razionalità, io non devo controllare le cose, devo solo dare il mio contributo, con molta serenità, il vero strumento di comunicazione una volta credevo fossero le parole e i ragionamenti, invece non è così, mi sono
accorto che io comunico all'altro quasi esclusivamente il mio equilibrio, questo è ciò che gli altri capiscono di me, non le mie parole. Le parole sono leggere.
Facendo così nell'immediato capita di ricevere insulti, accuse di cinismo, disprezzo; ma nel tempo tutto ritorna; allora c'è gente che dopo 6 mesi o due anni mi chiama per ringraziarmi, per dirmi che è stato difficile ma ha capito ed è riuscita a cambiare.
Il cambiamento di una persona non lo posso gestire io, farsi carico di questa cosa è pericoloso e sbagliato, io posso solo indicare (se ne sono in grado) la luna; quasi sempre la gente all'inizio fissa la punta del dito, poi capirà se ne ha l'energia giusta.
Ma non bisogna essere intrusivi o "imperialisti". Si fanno dei danni.
Invece il nostro primo dovere dovrebbe essere quello di non danneggiare l'altro.
Dando consigli con enfasi noi quasi sempre rischiamo di danneggiare l'altro perché non rispettiamo il suo percorso.
Le cose vanno per come devono andare, le persone alla fine fanno quello che vogliono.
Più ho capito queste cose più stavo meglio, tante altre persone mi hanno fatto capire questa cosa.
Ma in realtà più che capire le percepivo, è stato a Kyoto, in un piccolo monastero Zen dove queste cose sono diventate consapevolezza, è come se lì, in quel luogo silenzioso, avessi trovato le parole.
Naturalmente non è un lavoro che si fa una volta per tutte.
La vita così come la comunicazione produce scorie, inevitabilmente, ogni consumo di energia produce scorie. E qui la teoria del caos mi ha fornito altre parole, altre metafore; quindi ogni tanto bisogna fermarsi, bisogna bruciare le scorie o attraverso un conflitto o attraverso un po’ di umorismo o con altri strumenti.
Lo stress è frutto di questo accumulo di scorie. Non è un problema esterno, è un problema interno.
Non è che tutto debba andare bene per stare bene.
Se guardi le cose, se le osservi bene, se prendi un po’ le distanze ti accorgi che se c'è lo yang che ti fa stare male, quella cosa contiene anche un po’ di yin che ti fa stare bene.
Ma questo modo di osservare le cose richiede un equilibrio precedente, frutto della sistemazione del tuo armadio. E il vero cantiere di lavoro è questo, non le cose che succedono.
Naturalmente so bene che quando le cose ti invadono diventa difficile guardarsi dentro, per questo molte volte bisogna saper toccare il fondo, quando non hai più nessuna alternativa esterna sei costretto a guardarti dentro e allora per forza metti fuori il cartello "Lavori in corso".
Queste cose io le ho capite grazie a molte persone e mi sembrano cose belle, per cui questo è diventato in qualche modo anche il mio lavoro; poi ho scoperto che è difficile fare individualmente questo lavoro, è molto più facile farlo in gruppo, intendendo per gruppo "un modo di stare insieme che faccia emergere le risorse individuali e di gruppo" e ci sto lavorando sopra cercando di capire con il massimo di concentrazione ciò che ognuno mi dice.
E' a partire dalle cose che la gente mi dice che io capisco ciò che devo dire, in realtà il massimo che posso fare è di avere una funzione di "specchio", se lo specchio è pulito (cioè se io non ho pregiudizi, se io non catalogo ciò che vedo, se io sono libero da interpretazioni, questa è una
funzione del mio equilibrio e del mio non bisogno di controllare le cose) allora lo specchio è più pulito l'altro vede bene ciò che deve vedere, cioè lui stesso.
Quindi non è importante ciò che io dico, la parola serve solo per costruire un contatto, un collegamento, appunto un canale di comunicazione; paradossalmente più è priva di significati più colpisce nel segno, può essere utile che la parola abbozzi una mappa, ma deve essere solo una mappa, solo un riferimento, se la parola diventa esplicita e precisa, l'altro la scambia per il territorio e allora avrò ancora una volta (anche se contro le mie intenzioni) danneggiato l'altro perché gli ho offerto inevitabilmente il "mio" territorio, e lui inevitabilmente si perderà, poiché noi tutti nel
territorio dell'altro ci perdiamo; ciascuno deve cercare e orientarsi nel proprio territorio, che io però non posso pretendere di conoscere.
Anche in questo momento non è importante ciò che sto scrivendo, ciò che è importante è che io sto qui per parlare, "è il tempo che tu dedichi alla rosa che fa capire alla rosa quanto gli vuoi bene" dice il Piccolo Principe, "perché non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".

LA MANUTENZIONE DELLA PROPRIA IMMAGINE
IO SO COME SONO DENTRO, MA GLI ALTRI NON MI CONOSCONO,
ovvero l’immagine che tu hai di te e quella che gli altri hanno di te.

Ciò che viene sotteso con questa espressione è:
io so che dentro sono buono, ma gli altri non mi apprezzano perché non mi conoscono.
Stiamo parlando quindi dell’immagine che tu hai di te e dell’immagine che gli altri hanno di te,
anzi dell’immagine che pensi che gli altri abbiano di te.
Si potrebbe sintetizzare così: se l’immagine che tu hai di te è vicina, o simile, a quella che gli altri hanno di te, allora hai un buon stato di benessere; al contrario se l’immagine che tu hai di te è molto distante (o diversa) da quella che gli altri hanno di te, allora stai male, cioè hai un senso di malessere diffuso.
Anche in questo caso potremmo citare Spaltro, il teorico del benessere, che dice:
“Chi si esprime di più, sta meglio !”.
Il problema della propria immagine è una questione molta complessa, ma se la si vuole mettere a fuoco bene, va ricondotta al problema della comunicazione (sempre ricordando ciò che la Pragmatica ci dice e cioè che il 50% delle informazioni le comunichiamo con gli occhi, il 30% col corpo e solo il 20% con le parole). In realtà ciascuno di noi è quello che comunica, certo, vi sono anche le proiezioni (ciascuno pensa di essere ciò che vorrebbe essere), o le fughe (ciascuno coglie dalla realtà ciò di cui ha bisogno e tende a non vedere ciò di cui ha paura e ciò che potrebbe percepire come sgradevole) oppure le difese (ciascuno mette a fuoco ciò che lo rassicura e mette sullo sfondo ciò che lo rende insicuro, etc.).
Gli uomini sono esseri sociali e si posizionano dal punto di vista dell’autostima e dell’energia in base alle immagini che gli altri gli restituiscono; quindi essere consapevoli di comunicare quello che realmente si è, produce un avvicinamento fra l’immagine che ciascuno ha di sé e l’immagine che gli altri hanno di te, e questo si trasforma in una bella autostima e in un buon equilibrio.

LA MANUTENZIONE NELLA COPPIA
IO DO MOLTO, MA RICEVO POCO
ovvero l’equilibrio nel dare e nell’avere nelle relazioni e nei rapporti


Valori misuratiOgni relazione va costruita con un profondo equilibrio “nel dare e nel ricevere”; si sente spesso dire “In questa relazione io do molto ma ricevo poco” e si sottende che il problema (o meglio la colpa) è dell’altro, ciò è parzialmente vero; la questione di tenere in equilibrio (tra il dare e l’avere) ogni relazione che intratteniamo (amici, partner, colleghi di lavoro, famigliari, gruppi, etc.) è un problema nostro, se questo non succede siamo noi a subirne le conseguenze e la responsabilità è soprattutto nostra.
Ma il problema rilevante è essere consapevoli che nella relazione è determinante quello che arriva all’altro del nostro modo di comunicare, quindi è in realtà l’altro che ci può dare il feed-back di quello che siamo, sembriamo, comunichiamo.
Ad esempio nella relazione madre-figlio o insegnante- studente è fondamentale che l’adulto stia all’interno della relazione con la consapevolezza non solo di dare, ma anche di ricevere. Dal punto di vista della relazione il dare non è sinonimo di essere buoni o generosi, ma il più delle volte struttura una dinamica di potere per cui ha più potere chi dà (e paradossalmente riceve di più in termini di potere chi dà, nel senso che costruisce dipendenza nell’altro). Il primo problema di chi dà dovrebbe essere quello di fornire all’altro informazioni affinché il rapporto che ne consegue sia equilibrato, sottolineando in questo modo il senso di responsabilità reciproca.

LA MANUTENZIONE NELL’ETA’ ADOLESCENZIALE
Io sono “figo” o sono bella, per ora è solo questo che mi importa!
(l’equilibrio fra la cura dell’anima, intesa come interiorità e quella del corpo)


Valori misuratiSi sente spesso dire dai ragazzi questa espressione: fuori mi sento forte, so giocare bene a calcio oppure sono bella, ma dentro spesso mi sento confuso e fragile.
Nell’adolescenza, l’età del massimo potenziale energetico, c’è il rischio che l’aspetto fisico per le ragazze e la forza fisica per i ragazzi, cioè la loro pelle, assorba totalmente la loro attenzione producendo una comunicazione ad una sola dimensione.
Ciò che è pericoloso in questa percezione è il senso del rinvio della cura del sé interiore; spesso non è che la si escluda, ma la si rinvia ad una fase successiva e così non ci si rende conto che intanto ci si allena a comunicare solo con la parte esteriore di sé, in questo modo inoltre si abituano tutte le persone che sono vicino a comunicare sempre e solo con la tua parte più superficiale.
Ben presto e senza accorgersene si diventa ad una sola dimensione e poi ci si sente vuoti dentro!
Tra gli adolescenti è facile incontrare anche coloro che sembrano non considerare affatto la parte fisica o l’aspetto esteriore per privilegiare esclusivamente l’aspetto interiore o intellettuale.
Se è vero come dice Spaltro che esprimersi molto equivale a stare meglio, è comunque opportuno precisare che il comunicare su di sé richiede un certo equilibrio fra le nostre parti più esterne e quelle più profonde, interne.

LA MANUTENZIONE DEL NEMICO
... come un nemico, sono d’accordo!
I MIEI NEMICI NON VALGONO NULLA
ovvero la “statura del nemico”

Valori misuratiOgnuno di noi nel corso della nostra vita ha incontrato o incontrerà un nemico, cioè quella persona che ci fa vedere aspetti di noi che non vogliamo o non sappiamo vedere.
Spesso quindi siamo portati a squalificare il nemico.
In questo modo, cioè abbassando la statura del nemico, pensiamo di immunizzarci, ovvero giustifichiamo la nostra cecità per non saper vedere le parti di noi che vogliamo nascondere.
Se invece mantenessimo alta la statura del nemico, sapremmo trovare tracce delle nostre ombre per poterci lavorare sopra. Partire dal presupposto che i nemici ci possono essere utili quanto gli amici, ci propone un utile doppio sguardo su noi stessi

LA MANUTENZIONE DEL RUOLO
DEVO USCIRE DAL MIO RUOLO PER FARMI CAPIRE
ovvero il rapporto fra ruolo e persona

Valori misuratiVediamo spesso come genitori, insegnanti, educatori… quando sono in difficoltà nella relazione con minori-utenti, tendono ad abdicare al proprio ruolo per prendere scorciatoie relazionali, ad es, la madre che fa l’amica con la figlia, l’insegnante che anche involontariamente, è connivente con la classe, ad es. parlando male dei colleghi. In questo modo pensano di avvicinarsi maggiormente all’altro, perché nascondono il ruolo, avvertito come ingombrante. In realtà non si accorgono che mandano un messaggio confusivo all’utente che ha invece bisogno di confrontarsi sempre con la figura adulta in quanto tale e con il relativo ruolo. Il ruolo dovrebbe essere come una bolla blu che circonda la persona ed è importante che l’altro veda sempre in modo prioritario il ruolo per potere adeguarne la comunicazione.
Naturalmente è vero anche il contrario, cioè vi sono persone che avendo difficoltà o non volendo investire nulla in quella relazione, si sclerotizzano in ruoli stereotipati, freddi e rigidi, senza fare pulsare la persona che risiede nel ruolo.

LA MANUTENZIONE DEL GRUPPO
LA SINDROME DEI RAGAZZI DELLA VIA PAAL

Valori misuratiIl romanzo I ragazzi della Via Paal di Ferenc Molnár (Ungheria, Budapest, 1907) narra delle vicende di due compagnie di ragazzi (ginnasiali) che devono fare i conti con il fatto che gli spazi per i loro giochi sono ridotti dalle costruzioni di nuovi palazzi e con le differenze di classe tra ricchi e poveri. Nella storia emerge la figura esile di Ernő Nemecsek, che si immola per la vittoria del suo gruppo. Lo fa da soldato semplice, unico soldato semplice in un "esercito" di ufficiali. Lo fa nella consapevolezza che perderà la vita. Lo fa per essere realmente accettato dal suo gruppo di appartenenza, che invece tende ad emarginarlo o ad espellerlo.
Si può parlare, nel caso de I ragazzi della Via Paal, di vera e propria sindrome, nel senso che più sintomi agiscono contemporaneamente per produrre un comportamento patogeno.
Tale sindrome è molto più diffusa di quanto non si pensi; il bisogno di appartenere ad un gruppo, ad un sottogruppo, ad una banda, ad un branco fa assumere agli adolescenti molti comportamenti che gli adulti non esitano a definire “incomprensibili”. Se si ascoltano più in profondità storie di adolescenti devianti, ci si accorge che all’origine c’è sempre il bisogno di farsi accettare da un gruppo di coetanei. Non solo: il gruppo dà forza, produce energia, in gruppo si possono fare cose che da soli non si farebbero mai, come andare nei cimiteri di notte, passare con il semaforo rosso, assumere, nella fase iniziale, droghe, arrivando anche ad atti più clamorosi, come gettare sassi dai cavalcavia, o aderire a sette che commettono atti criminosi.
Sarebbe però fuorviante vedere tale sindrome solo nei comportamenti più eclatanti: in realtà ci siamo accorti che il bisogno di appartenere a sottogruppi agisce quotidianamente ed è molto più motivante del bisogno di distinguersi dal gruppo.
Molto spesso i comportamenti che si attuano all’interno dei sottogruppi sembrano incomprensibili, producono bugie, pettegolezzi, incompatibilità, tifoserie etc. Il prezzo pagato dai ragazzi in termini di sofferenza è molto alto, eppure essere accettati in un ambito di appartenenza sembra più rassicurante del proprio benessere.
Manutenzione del gruppo significa non cercare di trasformare il gruppo in amicizia, il gruppo è solo una struttura culturale, gli amici si scelgono, nei gruppi ci si trova; gruppo è un modo di comunicare (consapevole) tramite punti di forza e punti di debolezza, bisogna lasciare in secondo piano le simpatie e antipatie.

Negoziare, negoziare, negoziare!
(una citazione addomesticata)


La mia citazione addomesticata è presa da uno dei brani più belli e più commoventi della nostra letteratura sacra: la prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 12,31b-14,1a).
Valori misurati
Amici, genitori, insegnanti, vi mostrerò una via migliore di tutte per crescere voi e fare maturare e le persone che vi stanno a cuore.
Se anche parlassi le lingue degli uomini e dei potenti, ma non avessi la negoziazione, sono come un bronzo che risuona o un computer pieno di virus.
E se avessi il dono del carisma e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza di Google così da trasportare le montagne, ma non avessi la negoziazione, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la negoziazione, niente mi giova.
La negoziazione è paziente, è benigna la negoziazione; non è invidiosa la negoziazione, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della giustizia.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La negoziazione fa crescere le persone che ci sono attorno e a cui teniamo.
La negoziazione non avrà mai fine.
L’oggettività scomparirà; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.
La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, cioè la soggettività, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la soggettività, il gruppo e la negoziazione; ma di tutte più grande è la negoziazione!
Ricercate la negoziazione!