Il mio amore per i libri è innegabile ma questa frase mi ha fatto pensare molto:
"Non bisogna mai esaurire un argomento al punto che al lettore non resti più nulla da fare.
Non si tratta di far leggere, ma di far pensare" (Montesquieu, 1748).
Tratta dal libro "Complessità" di Morris Mitchell Waldrop ed. Instar libri To, 1986
Negli ultimi tempi il mio interesse è andato a curiosare sull’origine, in termini di evoluzione, del gruppo umano.
Ho trovato stupendi i libri di J. Diamond, li ho letti tutti (quelli in italiano) e li consiglio:
Il primo è DIAMOND J., 1998 - L’evoluzione della sessualità umana. Sansoni. Firenze, esaurito e poi ripubblicato in: DIAMOND J., 2006 - Perché il sesso e divertente? BUR Rizzoli, Milano. 
Il secondo pubblicato (il primo che ho letto) è:
“Il terzo scimpanzé. Ascesa e caduta del primate homo sapiens”
di Diamond Jared
E’ il libro del nostro autore che mi è piaciuto di più,
a mio avviso va assolutamente letto:
“L'uomo è diverso da tutti gli altri animali, grazie soprattutto al controllo sulla natura che si esprime e si riflette nelle forme più peculiari della nostra civiltà. A ciò sono però anche associati aspetti oscuri: guerre, genocidi, distruzioni delle risorse. L'uomo comunque è anche un semplice primate, un terzo genere che condivide con le altre due specie di scimpanzé più del 98 per cento del corredo genetico. Diamond parte da questo fatto per costruire un ritratto inedito dell'umanità. Si scopre così che il linguaggio, l'arte, l'agricoltura, i comportamenti sessuali, persino la propensione alla violenza e al genocidio hanno antecedenti diretti in altre specie, passati in noi attraverso le leggi dell'evoluzione.”

Poi iniziano i libri che hanno avuto un grande successo:
“Armi, acciaio, malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni”
(J.Diamond, Einaudi 2006; in realtà edizione riveduta e corretta).
Infine l’ultimo:
Collasso - come le società scelgono di morire o vivere (J.Diamond, Einaudi 2005)
“Il fascino dei testi di Diamond sta nella sua capacità di giocare a livello di struttura retorica il rapporto tra conoscenza del presente e conoscenza del passato, nell'intreccio che sa dare alle vicende ricostruite, alla convocazione della sua soggettività e di quella dei ricercatori alle cui ricerche egli si rifà, nella costruzione di modelli di spiegazione efficaci, nella usabilità delle conoscenze da lui costruite.”
Continuerò ad interrogarmi e a leggere libri su come nasce il gruppo umano,
spero di trovare prima o poi dei compagni di viaggio.
Mi accorgo comunque di non dare l'idea che vorrei dare,
vorrei quindi citare due libri che hanno ristrutturato il mio pensiero:
Un romanzo che mi ha colpito è
"Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta"
di R. Pirsig.
Ed. Adelphi, 1974
«Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore».
Questo pensiero è la minuscola leva che servirà a sollevare altre domande subito incombenti: da che cosa nasce la tecnologia, perché provoca odio, perché è illusorio sfuggirle?
Che cos'è la Qualità?
Perché non possiamo vivere senza di essa?
Lo zen e il tiro con l'arco
di Herrigel Eugen, Adelphi 1975
“Solo rinunciando alle distorsioni dell'Ego ed ai filtri che assorbiamo inconsciamente dall'ambiente, potremmo arrivare a colpire il bersaglio dell’eccellenza. Il successo è un processo che si compone di molte movenze: consapevolezza, pazienza, concentrazione, equilibrio interiore, duro esercizio. Ma c’è qualcosa che trascende l’abilità tecnica: la capacità di accordare il nostro spirito, all’armonia della natura delle cose che ci circondano. Essere un tutt’uno con esse è la chiave della vittoria e della felicità. La scheggia di divino che è dentro di noi, deve diventare la vera guida del nostro essere. Ma non si matura da soli. Per questo dobbiamo ascoltare la voce dei maestri. Solo la presenza di un Saggio può liberarci dalle catene dell’IO e farci risvegliare a nuova vita.”
Un professore tedesco di filosofia, Eugen Herrigel, vuole essere introdotto allo Zen e gli viene consigliato di imparare una delle arti in cui lo Zen da secoli si applica: il tiro con l'arco. Comincia così un emozionante tirocinio, nel corso del quale Herrigel si troverà felicemente costretto a capovolgere le sue idee - e soprattutto il suo modo di vivere. All'inizio con grande pena e sconcerto: dovrà infatti riconoscere prima di tutto che i suoi gesti sono sbagliati, poi che sono sbagliate le sue intenzioni, infine che proprio le cose su cui fa affidamento sono i più grandi ostacoli: la volontà, la chiara distinzione fra mezzo e fine, il desiderio di riuscire. Ma il tocco sapiente del Maestro aiuterà Herrigel a scrollarsi tutto di dosso, a restare 'vuoto' per accogliere, quasi senza accorgersene, l'unico gesto giusto, che fa centro - quello di cui gli arcieri Zen dicono: "Un colpo - una vita". In un tale colpo, arco, freccia, bersaglio e Io si intrecciano in modo che non è possibile separarli: la freccia scoccata mette in gioco tutta la vita dell'arciere e il bersaglio da colpire è l'arciere stesso.
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